LA SALA DI ROCCIA

 

Il villino Garzadori - da Schio a Costozza di Longàre - Vicenza
di Francesca di Thiene

Per concessione di FMR edizioni italiane n.130 Ott./Nov. 1998

"...mai non mi scorderò di Costoggia, la qual se fosse in Oriente, come è in Italia, crederei che fosse un Paradiso terrestre, cotesta Costoggia, custodirò io sempre ne' penetrali del core...(L.Grotto - 1616) "

Distesa a semicerchio ai piedi dei colli lungo la Riviera Berica, nota fin dall'antichità per il dolcissimo clima adatto alla coltivazione di pregiati agrumi, per le numerose grotte sotterranee, per i vini prelibati e per le cave di pietra tenera, Costozza custodisce una delle più curiose e suggestive architetture venete: il villino Garzadori da Schio. In esso visse e lavorò il maggior protagonista della statuaria vicentina del '600 e '700: Orazio Marinali.
Costozza di Longàre, a pochi chilometri da Vicenza, è ancor oggi uno dei luoghi più ridenti ed ameni dei Colli Berici; protetta dai venti dall'alto colle che la sovrasta, immersa in una ricca e lussureggiante vegetazione è famosa in tutte le epoche per le sue 'delizie', le colture e le architetture. Già nel '500 era nota per la creazione di un vero e proprio sistema di climatizzazione ante litteram realizzato con una rete di condotti sotterranei che incanalavano l'aria delle grotte, dette volgarmente covoli, negli edifici limitrofi; lo stesso sistema rendeva le cantine ideali per la conservazione di vini pregiati tanto che lo stesso nome Costozza deriverebbe dal latino Custodia. Il colle è inoltre ricco di cave di quella pietra tenera ampiamente utilizzata in statue, cornicioni, timpani, decorazioni di ville, palazzi e chiese di tutto il territorio vicentino.Ricordata e celebrata dalle fonti letterarie del tempo, Costozza si presenta come un angolo ricco di arte e natura: la villa dei conti da Schio impreziosisce ed esalta ancor più la naturale bellezza del luogo.

Il complesso è costituito da tre edifici tutti collegati dall'ampio e scenografico parco che sale con alti e profondi terrazzamenti fino all'antica chiesa benedettina di S. Mauro. La Ca' Molina e la villa padronale occupano il livello inferiore del colle, mentre il villino Garzadori-da Schio si sviluppa nella parte più alta del giardino (foto1) . Tranne quest'ultimo, gli edifici appartenevano alla famiglia Morlini - che modificarono il nome assumendo quello di Trento, loro città di origine - insediatisi già nei primi decenni del XV secolo a Costozza, creandovi una sorta di feudo. Intorno al 1830 i due edifici passarono in eredità al conte Giovanni da Schio che successivamente, nel 1837-38, acquistò anche il villino soprastante. Arretrato sulla sinistra rispetto alla prospettiva del giardino, il piccolo edificio non è visibile dall'ingresso principale ma si intravede invece da un piccolo cancello posto sulla scalinata che costeggia l'intero complesso. Una stradina tra bossi e cipressi conduce alla fronte del villino: semplice negli elementi che la caratterizzano e contenuta nelle dimensioni, risulta piacevolmente armonica nella sua composizione architettonica. La porta di ingresso è contornata da bugne e sormontata da un fastoso cimiero a frontone spezzato; ai lati si aprono due alte finestre, anch'esse incorniciate da bugne, sopra le quali sono poste due finestrelle cieche; il piccolo prospetto termina con un timpano triangolare su cui è scolpito lo stemma dei da Schio affiancato da due figure femminili dipinte che il tempo ha ormai quasi cancellato. Una lapide, il cui testo è stato ricostruito dall'attuale proprietario conte Alvise da Schio, indica l'anno 1690 come data di costruzione dell'edificio e il nome di Alfonso Garzadori come committente: «TORMENTUM HYEMIS/DELICIO VERTIT AESTATIS/ALFONSUS COMES GARZADORUS/ANNO MDCXC». Molto probabilmente la data incisa si riferisce solo a dei lavori di ristrutturazione, mentre la costruzione vera e propria dovrebbe risalire al 1686 ad opera dell'abate Alberto Garzadori, fratello di Alfonso, come attesterebbe anche una descrizione dello stesso, andata purtroppo perduta. L'ignoto architetto dovette adattarsi all'andamento del terreno sviluppando l'interno del villino a più livelli e con un impianto irregolare; genialmente sfruttò l'erta collina rocciosa a cui l'edificio è attestato, scavandolo parzialmente nella roccia.

Dalla porta di ingresso si accede alla sala principale; la bizzarria e l'originalità di questo piccolo ambiente sorprendono con immediatezza lo spettatore che resta affascinato e ammirato dalla singolarità della curiosa sala. Le pareti e il soffitto risultano in parte scavate nella roccia che diventa così decorazione stessa della sala fondendo, in un geniale effetto scenografico, natura e manufatto, corredo plastico e pitture.(foto2) All'ingegno dell'architetto si unisce l'abilità del pittore che decorò la sala con architetture di rovine oltre cui si sviluppano illusionistici squarci paesistici; sulle pareti si aprono sette nicchie - due sui lati settentrionale e meridionale, tre su quello orientale - poggianti su di un alto zoccolo in pietra tenera, incorniciate da semipilastri e concluse da un arco con al centro una testa femminile; solo le nicchie della parete frontale presentano una fantasiosa decorazione con festoni e, sulla sommità, vivaci maschere.(foto3) Un tempo esse contenevano sette statue del celebre scultore vicentino Orazio Marinali.

L'intero edificio è noto anche con il nome di Grotta del Marinali proprio perchè l'artista qui abitò e tenne bottega per un lungo periodo.
Nato nel 1643 ad Angarano, nei pressi di Bassano del Grappa, morto a Vicenza nel 1720, Orazio Marinali fu una figura determinante nell'evoluzione della scultura veneta perchè riuscì a rielaborare in un linguaggio artistico propriamente locale i numerosi apporti stranieri - primo fra tutti la lezione del fiammingo Giusto Le Court - che finalmente avevano rivitalizzato lo stanco panorama della scultura veneta seicentesca. Gran parte della fortuna dello scultore risulta legata al genere decorativo di giardini e palazzi ma altrettanto cospicua, ricca e originale è la statuaria sacra. Una produzione vastissima in cui si coglie la predilezione per le modulazioni profonde della luce, per l'intensa pittoricità degli effetti, per il plasticismo dei volumi che non vengono mai meno anche quando, addentrandosi sempre più nel '700, evolve verso un maggior scioltezza compositiva e verso un alleggerimento delle masse. Dopo la fase di formazione avvenuta a Venezia presso la scuola del Le Court, dal 1665 il Marinali fu sempre presente a Vicenza da cui controllava le numerosissime commissioni che gli venivano affidate nel territorio veneto. Ma molto del suo tempo lo trascorse proprio in questo villino messogli a disposizione dai Garzadori come laboratorio; qui l'artista si riforniva direttamente della pietra dalla cava sottostante a cui si accede da una scaletta interna: ancor oggi si possono chiaramente vedere i punti di escavazione, le tracce dei picchi utilizzati per l'isolamento dei blocchi squadrati di pietra. Questo particolare tipo di pietra tenera è noto generalmente con il nome di pietra di Vicenza ma ne esistono numerose varianti; essa fu molto richiesta dai tagliapietra locali in quanto particolarmente agevole alla lavorazione, se appena estratta, e apprezzata per le sue qualità estetiche, per quel suo gradevole colore dalle calde tonalità che, col passare del tempo, assume screziature dorate e particolari effetti pittorici. Il Marinali fece grandissimo uso di questo materiale soprattutto nella statuaria da giardino; la stessa villa da Schio conserva uno dei più importanti cicli decorativi plastici dello scultore, non solo per ampiezza ma anche per abilità tecnica e originalità. Negli anni '30 l'attuale proprietario ha attuato un intervento di ristrutturazione dell'intero parco - precedentemente trasformato in un informale parco all'inglese - basandosi su un originario progetto del Settecento; ha proceduto anche ad un riordino e alla sistemazione delle numerose statue marinalesche: oggi il giardino da Schio è considerato uno dei più significativi esempi del Settecento Veneto.

Anche la sala di ingresso del villino Garzadori custodiva nelle nicchie parietali una serie di opere del Marinali; le statue furono purtroppo vendute nel corso dell'800 e alcune, tra cui una famosa testa di vecchia, passarono ai Garzadori di Creazzo ; l'arredo plastico della grotta fu ripristinato da Giovanni da Schio collocando nelle nicchie della parete frontale tre statue rappresentanti Diana, Mercurio e Apollo; nelle pareti laterali si trovano oggi i famosi nani che ornavano una balaustra del giardino e che sono una delle espressioni più singolari della statuaria di Orazio Marinali, della sua naturale inclinazione verso una resa spavalda e aggressiva della realtà, della tendenza a caricare la comunicazione, espressiva fino a giungere a manifestazioni grottesche(foto4); non bisogna inoltre dimenticare l'originalità e la novità di questi soggetti - oltre ai nani rappresentò in altre occasioni i contadini della campagna veneta, le ambigue maschere della commedia dell'arte, i famosi bravi - che fanno del Marinali il capostipite della statuaria da giardino nel Veneto, l'iniziatore di una vera e propria 'scultura di genere'. A ricordo dell'attività svolta a villa Garzadori-da Schio il Marinali scolpì un busto autoritratto che fu collocato sopra la porta di ingresso (foto5)(l'originale è oggi conservato al Museo Civico di Vicenza) sotto cui si legge «MARMOR ERAM NUNC DIVUM/MARINALLUS ET AUTHOR/SUM MIHI QUALEM HINC ME DIXERIS, HOSPES ABES»; il busto originale reca sullo zoccolo una seconda iscrizione che attesta che si tratta di un vero e proprio autoritratto: «AN. MDCCX / IPSE SUAM HANC SCULPSIT MARINALUS HORATIUS ICON / QUAM TIBI DAT SALVAM». Nella scaletta interna che conduce alla cava sottostante si trova la statua di Eolo, l'opera del Marinali che il Maccà ricorda insieme alla seguente iscrizione: «HIC VASTO REX AEOLUS ANTRO/LUCTANTES VENTOS TEM/PESTATESQ. SONORAS/IMPERIO PREMIT AC VINCLIS/ET CARCERE FRAENAT./AENEI.I.» . I versi virgiliani, oggi recuperati all'interno della grotta, si riferiscono certamente allo sfruttamento dell'aria fresca e a temperatura costante che dalla cava veniva incanalata nelle stanze superiori, per climatizzarle: nella sala principale si possono vedere sulle pareti le aperture con grate da cui passava l'aria.

All'esterno del villino, sopra il tetto, vi è un Atlante curvo per lo sforzo di sostenere il soffitto del grottone che lo sovrasta; quest'ultima opera probabilmente faceva parte dell'originario arredo plastico dell'interno della Grotta, stando alle descrizioni lasciateci dalle fonti .
Le statue che in origine arricchivano la sala probabilmente avevano una correlazione non solo decorativa ma anche semantica con le pitture che ne ornano le pareti. I dipinti - eseguiti a cera e olio magro - creano un sistema illusionistico di architetture con elementi a bugnato, dei brani rovinistici e degli squarci paesistici con scene allegoriche: motivi di vendemmia, sulla parete di destra, rappresentano l'Autunno mentre, sulla parete di sinistra, due uomini che si scaldano al fuoco simboleggiano l'Inverno; sono andate perdute, invece, l'allegoria dell'Estate, sulla parete frontale e quella della Primavera che il Morsolin ricorda - interpretandola come Aurora - rappresentata sulla volta. Figure a monocromo, putti, festoni di frutta e fiori, scimmie ed elementi vegetali si distribuiscono con fantasia sulle finte architetture. Nonostante la perdita di alcune parti delle pitture, il tema iconografico rappresentato sembrerebbe il ciclo delle stagioni, o meglio ancora il ritmo del Tempo che trasforma in rovine i manufatti della civiltà umana, l'indistruttibile natura che riassorbe in sè e cancella le fatiche e le opere dell'uomo. La sala nella sua singolarità di ambiente-grotta si unisce armoniosamente con la fantasia pittorica del genere rovinistico, con la fatiscenza delle architetture, con il cielo fumoso e dorato che si fonde con le sporgenze e le sinuosità della roccia dell'insolito soffitto.

I dipinti erano un tempo attribuiti a Nicolas Poussin, in base ad una interpretazione di un passo dellaDescrizione del territorio e Contado di Vicenza (nell'edizione del 1855) di Filippo Pigafetta che ricorda il villino «a sufficienza dipinto dal famoso Pussino». Spetta al conte Alvise da Schio il merito di aver individuato l'errore di trascrizione del testo che, nell'originale versione del 1608 - contenuta nell'edizione italiana del famoso atlante mondiale dell'Ortelio, il Teatro del mondo - non riporta «Famoso Pussino», ma «Tussino», quale corruzione tipografica di Trissino che effettivamente aveva «depinto», cioè descritto, le cave di Costozza in una lettera del 1537 poi passata nella Descrizione di tutta Italia di Leandro Alberti (1550). Oggi, su suggerimente dell'Ivanoff , è generalmente riconosciuta la paternità della decorazione di Lodovico Dorigny. Nato a Parigi nel 1654, giunto a Roma nel 1672, il pittore fu presente in Veneto dal 1678 dove trascorse, quasi continuativamente, il resto della sua vita (morì a Verona nel 1742) e dove realizzò numerose e importanti commissioni. Le scene allegoriche e mitologiche furono le espressioni più congeniali al suo spirito e alla sua arte e negli affreschi del villino, nonostante le ridipinture ne ostacolino la lettura, sono ravvisabili proprio i modi stilistici del maestro, la brillantezza e piacevolezza dei colori, la fantasia e il virtuosismo di un abile decoratore, la fedeltà ai principi di un classicismo accademizzante che non rimase però estraneo ad alcuni aspetti del Barocco.

La data 1710 incisa sul busto autoritratto del Marinali può essere assunta come termine ante quem per l'esecuzione dei dipinti di Costozza, visto che l'opera è posta in rottura; l'intervento del francese deve precedere comunque il 1703 poichè il pittore fu assente dal 1704 al 1706 per un viaggio a Parigi e a Napoli. Il ciclo pittorico risale presumibilmente al 1690 quando Alfonso Garzadori provvide alla ristrutturazione e decorazione interna dell'edificio, in funzione di un uso abitativo più continuo del villino ; la presenza del Marinali precederebbe questi interventi decorativi interni, dato che la sala sarebbe stata troppo preziosa per essere utilizzata come semplice laboratorio da parte dello scultore. E' logico quindi ipotizzare che anche la decorazione plastica del parco sia stata eseguita prima del 1690 anche se generalmente lo scultore concentrò la produzione statuaria da giardino nei primi venti anni del '700; non escluderei nemmeno che il busto autoritratto sia stato posto in loco addirittura dopo la morte dell'artista a ricordo della sua presenza, della fervida e copiosa attività svolta a villa da Schio.